MI IMPEGNO PER UN PD AUTENTICO E AUSPICO CHE ITALIA VIVA SIA UN ALLEATO PROPOSITIVO

Essere nel Partito Democratico per me ha sempre significato appartenere ad un campo politico in cui le mie visioni del mondo potevano trovare casa. Fin da giovanissimo ebbi l'opportunità di entrare a far parte dei DS e/o della Margherita, ma risposi di no perché nessuno dei due partiti rispondeva alle mie "esigenze" ideali, cioè li consideravo portatori di visioni parziali. La nascita del PD invece, grazie all'imprinting che gli fu dato dal Lingotto di Veltroni, che certo parlava di incontro di tradizioni del passato ma già auspicava un soggetto nuovo, mi convinse che quella poteva essere la mia casa politica. Ho sempre apprezzato la tradizione democratica di stampo statunitense, partendo da Roosevelt, passando per i Kennedy, arrivando ad Obama; così come l'esperienza labour inglese, ma anche la stessa esperienza dell'Ulivo di Romano Prodi, che mirava ad unire provenienze diverse in una sintesi più alta. L'idea di un socialismo- liberale, che fu degli sfortunati fratelli Rosselli, la vedevo ben incarnata nel Partito Democratico. Nei fatti con il PD prendeva corpo, con una veste ancor più aperta e con un respiro ancor più internazionale, il "partito del compromesso storico" interrottosi con l'uccisione di Aldo Moro, in cui anche la tradizione cristiano sociale trovava cittadinanza.

Leggevamo già nel 2007 e ancor di più la leggiamo oggi, l'obiezione che così tante tradizioni non possono stare insieme e che prima o dopo sono destinate ad implodere. E' questo il punto: per me (e per tanti altri, per fortuna) la bellezza del PD sta nell'essere, o nell'aspirare ad essere, un grande contenitore in cui l'incontro di diverse tradizioni forniscono la necessaria elasticità per affrontare con nuove categorie un mondo post-ideologico, la così detta società liquida ed in continua evoluzione. Per questo nel 2007 aderii al PD e da allora mi impegno perché il PD sia questo, e lo faccio con convinzione ideal-politica.

Tornare indietro credo che sia sbagliato perché ad essere sbagliate sono le ragioni ideali ma anche l'incapacità di aderire alla realtà sociale. Proporre partiti che siano solo socialisti, solo liberali, solo post-comunisti, solo cristiano sociali, significa deporre le armi rispetto alla complessità che si intende rappresentare e interpretare, in quanto essendo questa un'epoca post ideologica (c'è chi dopo il 1991 parlava addirittura di fine della storia) le suddette ideologie, da sole, non hanno più un popolo solido di riferimento, motivo per il quale, così configurate, andrebbero a rappresentare soltanto le aspirazioni di classi dirigenti senza che a queste corrispondano appartenenze di massa. I tentativi portati avanti da LEU, Articolo 1, Rutelli a suo tempo etc, che pretendevano di affermare nuovamente questo filone, sono infatti fallimenti conclamati.

L'antitesi dei partiti identitari sono i partiti personali, cesaristici o padronali, come lo è sempre stato Forza Italia (o PDL che fosse), la Lega secessionista di Bossi, la Lega nazionalista di Salvini, nei quali la fortuna del partito è direttamente collegata all'ascesa e caduta del leader (altra cosa ancora è la Casaleggio e Associati, che meriterebbe un capitolo a parte). Il rischio è che anche Italia Viva di Renzi entri a far parte di questo filone, cosa che, lo dico da persona che di Renzi apprezza molte qualità, mi auguro davvero non succeda.

La terza via rispetto a questi due filoni è il Partito Democratico di cui sopra. Un partito né identitario né personale, ma un partito di massa e post ideologico, adatto ai tempi che stiamo vivendo, dove l'incontro di tradizioni diverse è continuo oggetto di un processo dialettico che dall'idea vada alla prassi e viceversa. Questo però non significa che il Partito non debba avere leader forti: lo sono stati Veltroni per un verso e Renzi per un altro e di volta in volta, a seconda delle fasi che si vivono, il popolo del PD è chiamato ad individuarne. Leadership e partito di massa/contenitore possono e, se necessario, devono sposarsi.

Questi sono, in sintesi, i motivi che oggi mi spingono a proseguire l'impegno per la crescita del PD, con la convinzione che non debba diventare né un partito identitario né un partito personale.

Certo è che se il PD diventasse un partito identitario e altrove vi fossero solo partiti personali o altri partiti identitari, la scelta di appartenenza sarebbe su un piano più basso, o forse per alcuni la strada diverrebbe una non scelta.

Premesso quanto sopra, non mi interessa perdermi nel criticismo di queste ore. Non condivido la scelta di Renzi ma mi auguro che anziché essere un problema diventi un supporto. Auspico che il suo non si riduca ad un partito personale, che riesca ad attrarre persone ed idee che nel PD avevano difficoltà a trovare spazio e che, in alleanza con il PD, possa allargare il campo europeista e democratico che personalmente ritengo necessario al fine di costruire gli Stati Uniti d'Europa.